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Nelle settimane scorse si era parlato di rischio concreto. Alla luce dei fatti non è più sbagliato definirla spaventosa realtà. La stagione da incubo dell’Inter ha preso nuovamente forma, sul solco tracciato dai progetti partiti per caso, e che tradizionalmente non hanno la possibilità di portare a buoni frutti. Specie in un meccanismo come quello calcistico, che mantiene una componente di imprevedibilità, ma che di improvvisato ha ben poco.
Non è un caso che l’unico mezzo sorriso degli ultimi anni di lacrime e sangue, sia arrivato nell’unico campionato (lo scorso) partito sotto l’auspicio della fiducia totale nei confronti di chi sarebbe stato demandato a portarlo avanti. 
Lo scenario che si prefigura è pertanto particolarmente nefasto dal punto di vista dei risultati, ma fornisce nel contempo l’opportunità irrinunciabile di mettere fine allo scempio operando una vera e propria rivoluzione. Magari nel segno della competenza. Che sia chi ne ha le capacità, dunque, a stabilire quali calciatori siano all’altezza di poter far parte di una rosa tradizionalmente obbligata ad annoverare eccellenze in ogni ruolo e tristemente relegata allo stato attuale delle cose a contare su comparse di dubbio valore che palesano inadeguatezza ad ogni piè sospinto. Che siano solo le ragioni di campo ad essere utilizzate come discriminante, demandando piuttosto gli investimenti al momento in cui sarà possibile effettuarli, senza goffi tentativi di celare sotto tappeti consunti chili di polvere troppo radicati per poter essere messi in secondo piano. Il pedigree, la storia e la formazione dell’attuale staff dirigenziale, e di consulenti, sono il passaporto di appartenenza più eloquente per lasciare intendere a chi affidarsi e chi lasciare per strada.
Che le mezze figure abbandonino una barca che non hanno la qualità di poter contribuire a far riaffiorare, e che gli interessi personali di chi ha cuore qualsiasi cosa diversa dal ritorno agli altari dei colori nerazzurri escano definitivamente di scena. Inutile prodigarsi in spiegazioni tattiche che perdono di senso, tale è la mancanza di spirito di appartenenza di un gruppo eterogeneo di calciatori, peraltro in massima parte privo dei requisiti minimi per giocarsi obiettivi di grande spessore cui lecitamente mira un gruppo imprenditoriale abbiente come quello di Suning.
I proclami di riscossa, di settimanale dedizione alla causa, appaiono come goffi tentativi di assumere la leadership di un gruppo che di capi non ne ha. La presa di coscienza di poter trasformare un disastro in un’opportunità, senza illusioni vuote di ogni base concreta, rappresenterebbe il primo mattone di un palazzo che per essere innalzato ha bisogno di essere demolito del tutto.