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I novanta minuti di panchina per Totti al suo ultimo derby (presumibilmente) mandano un messaggio che va oltre la posizione del capitano, in bilico. Dzeko subentra nella ripresa, quando c’è da alzare il baricentro per tenere la Lazio lontana dall’area di Szczesny, ma in quella avversaria ci entra davvero poco. Ma riavvolgiamo per un secondo il nastro: minuto 16, Perotti cede a Digne, che si appresta al cross per El Shaarawy, il quale segna liberissimo da ogni marcatura. Ma ciò che è interessante è il movimento dell’argentino, il “falso nueve” designato da Spalletti per il derby: si allarga, completamente disinteressato alla traiettoria del pallone, per andare a prendere il posto del Faraone, autore del taglio in mezzo che lo porterà al gol.

Un caso? No. Perotti non entrerà in area in nessuna delle azioni che porteranno la Roma a gonfiare la rete. In occasione del raddoppio è l’autore del tiro sul quale si avventerà Dzeko, bel lontano dalla lunetta. Sul terzo gol, gioiello di Florenzi, stessa storia: ci sono tre giocatori in area, non Perotti, non Dzeko. Il quarto gol arriva in contropiede, con l’argentino che buca Marchetti appena fuori dalla lunetta. La morale non cambia: è lo spazio e la ricerca di questo il vero punto di riferimento offensivo della Roma spallettiana, il fulcro del gioco che ha permesso ai giallorossi di dominare in maniera inedita (rispetto alle ultime edizioni almeno) il derby della Capitale.



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