© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Eric Thohir e Silvio Berlusconi devono fronteggiare un’invasione. Diversa nei modi, uguale nello stile. Inter e Milan, per decenni boutique del calcio italiano, potrebbero fra poco avere sede in via Paolo Sarpi, la Chinatown meneghina. Perché il gruppo Suning è vicinissimo a diventare partner (socio, ora di minoranza in futuro chissà) del Biscione, mentre chi detiene l’altro Biscione – quello delle comunicazioni – potrebbe presto firmare per cedere la minoranza (molto relativa) o, addirittura, la maggioranza. Perché Berlusconi vorrebbe sì mantenere il 50, più uno, delle azioni, ma le pressioni della famiglia continuano a montare, con i figli che guarderanno – probabilmente speranzosi – all’assemblea dei soci odierna. Accettare di trattare in esclusiva sarebbe quindi il passo precedente alla cessione.

I CINESI IN ITALIA – I rapporti commerciali che esulano dal calcio stanno crescendo molto negli ultimi anni. Si sono evoluti sia dal punto di vista degli investimenti – basti pensare alla cessione di Pirelli per 7 miliardi di euro – sia per le comunicazioni, con Infront inglobata da Wanda per un miliardo e spiccioli. I diritti televisivi della Serie A, fino al 2018, sono già stati assegnati. Ovviamente riuscire a modificare il bacino di utenza, coinvolgendo maggiormente due miliardi di cinesi, farebbe decuplicare l’appetibilità della nostra lega, con gli investitori che guadagnerebbero enormemente dopo l’acquisizione.

NON COME THOHIR – Quindi è ovvio che i cinesi, in Italia, possano arrivare solamente come reali investitori. Per intenderci, senza lesinare sugli investimenti come Thohir – costretto a vendere anticipatamente i diritti sui biglietti dell’anno prossimo, come tentare di uscire dalle sabbie mobili saltando – oppure gli sceicchi del Malaga. C’è una differenza, in questo senso, perché l’idea geniale sarebbe sfruttare la platea dei 2 miliardi di cinesi per vendere i diritti, con un indotto di clientela pressoché illimitato. A Malaga l’intenzione era quella di costruire un centro commerciale e un nuovo stadio: dovendo fare le giuste proporzioni, da una parte parliamo di un business locale, dall’altra di una rivoluzione globale per un terzo della popolazione mondiale.

TEMPISTICHE GIUSTE – Il Milan oggi certificherà, nell’assemblea dei soci, il passivo di 89,3 milioni di euro, che con i 91 dell’anno scorso porta l’indebitamento finanziario sopra i 191. In due anni. Non solo, i rossoneri non hanno uno stadio di proprietà e non c’è un progetto reale (vera sconfitta di Barbara Berlusconi, dopo il dualismo con Adriano Galliani vinto dall’ex antennista di Monza) pronto per essere realizzato. Il fatturato, in quattro anni, è sceso di 60 milioni di euro, da 276 a 215. Insomma, in un’azienda che sta crescendo come il calcio, il Milan è in recessione pura. Difficile che la crisi continui molto, soprattutto con nuovi investimenti e nuove frontiere di guadagno, soprattutto sul fronte del marketing. Il Milan ha un brand internazionale fortissimo, ma in declino rispetto alle emergenti come il Borussia Dortmund o l’Atletico Madrid. Ricominciare a guadagnare farà da volano (e da rimbalzo) all’economia rossonera. Con un magnate in grado di rilanciarne l’immagine potrebbe finalmente sfidare la Juventus: o comunque rosicchiarne l’egemonia, pur senza un impianto di proprietà che va comunque studiato. Situazione praticamente identica all’Inter, in crollo verticale rispetto al Triplete del 2010: per il marketing la differenza è netta, perché i nerazzurri sono decisamente più “vergini” in comunicazione e per appeal. Sono distanti i tempi di Ronaldo o di Ibrahimovic, Recoba o Baggio. Servirebbe un uomo copertina dietro la scrivania e uno in campo (Messi? Cristiano Ronaldo?) alla Ronaldinho.

MONDIALI 2030 – L’intenzione del governo cinese è quello di sviluppare il calcio in Cina per arrivare, competitivi, ai Mondiali del 2030. Magari per vincerli. Un discorso già fatto con gli USA nel 1994, perché la nazionale statuninense avrebbe voluto vincere Sudafrica 2010, almeno nelle intenzioni di metà anni novanta. Non è andata propriamente così, però delle buone campagne internazionali (come Corea & Giappone 2002) sono andate in scena. Serve altro per esplodere, la Major League Soccer sta prendendo ora piede ma il fatto che ci siano giocatori professionisti pagati 50 mila dollari all’anno – anche meno se giovani – dove gli altri grandi sport concedono come base salariale dieci volte tanto, limita parecchio lo sviluppo della MLS e del soccer. La Cina è diversa: non ha grande tradizione sportiva nei giochi di squadra e, più in generale, vanno tutti pazzi per il calcio. Avere investito già nella massima divisione cinese, dopo anni di prigione dorata alla Qatar, è una netta inversione di tendenza. E sono soldi che in Italia, al momento, non ha nessuno. E parliamo della terza lega (forse anche seconda) per possibilità economiche “medie”. L’idea è anche ospitarli, i Mondiali 2030: l’intenzione sarebbe quella di arrivare già nel 2026, ma dopo Russia e Qatar – un paese europeo ma quasi asiatico, più uno nel medio Oriente – è impossibile pensare, anche geograficamente, che il Mondiale non torni in Nord (o Sud) America, oppure in Africa. Quindi, realisticamente, Cina 2030 sarà il momento. E i ragazzini di 7-8 anni, crescendo in un ambiente che vive l’esplosione del calcio (in TV ma anche nelle scuole), sarebbero affascinanti dal futbol: di fatto sono 2 miliardi di persone, nessuno può vantare un bacino d’utenza del genere.

SUPERLEAGUE E FRANCHIGIA NBA – Tutto bello, tutto simpatico, ma fino a un certo punto. Quando gli sceicchi acquistarono il City nessuno riusciva a capire il perché di tale mossa. Idem per il Paris Saint Germain, perché la Ligue 1 è certamente un campionato molto meno visto rispetto alla Premier League. Entrambe sono diventate grandi d’Europa grazie ai soldi, ma sono club che fatturano e vivono senza grossi problemi, pur giocando in un campionato nazionale. Bisogna invece pensare al futuro, perché una Superleague europea continua a essere sempre più un’idea concreta. Una sorta di campionato con franchigie, a inviti, con i migliori giocatori del mondo, tutti in Europa. Bisogna pensare alla NBA, divisa in Conference e in Division: da una parte un campionato con le nazioni latine, dall’altra quelle del nord. 30-40 squadre in totale, in 16 si qualificano ai playoff, sempre grandi sfide. Magari senza retrocessioni ma con un budget e un salary cap per mantenere in orbita di galleggiamento (e di divertimento) le squadre. Sarebbe una rivoluzione copernicana, ma i cinesi così vedrebbero centuplicati i propri sforzi economici nel giro di una decina di anni. E mettere le mani su un’Europa, quella calcistica, che appare come un’industria in grado di generare profitti. Ma solo ad altissimi livelli. E non è pensabile di escludere, da un’eventuale grande campionato con enormi guadagni, Milan e Inter.