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Lacrime e sorrisi, urla e sogni a occhi aperti. “Un Capitano, c’è solo un Capitano”, un coro cantato una, due, dieci volte a squarciagola fino a perdere la voce. Perché un momento così difficilmente ti ricapita ed è meglio godertelo fino alla fine. Fino all’ultimo istante.
La notte dell’Olimpico è di quelle magiche, di quelle che ti riconciliano col calcio e – se tifi Roma – ti lasciano sveglio tutta la notte col sorriso stampato sul volto e la certezza, ben impressa in mente, che il tuo Capitano è immenso e decisivo come nessun altro. Anche se tra cinque mesi compie 40 anni.
Minuto numero 86. La Roma è sotto all’Olimpico contro il Torino e Luciano Spalletti, che senza grossi risultati aveva già inserito Dzeko e Pjanic, lancia nella mischia il Capitano. C’è una punizione dalla trequarti. “Speravo che Totti la battesse”, dirà il tecnico nel post-gara. Totti, invece, va in area. E in spaccata firma la rete del pareggio: 2-2.
Non è finita. Perché mentre l’Olimpico ha già parole e canzoni solo per il suo Capitano, ecco un altro guizzo. Mazzoleni dopo due rigori negati concede il penalty alla Roma quando non c’è. Sul dischetto, nemmeno a dirlo, il numero 10. Un penalty pesantissimo per tutti, ma non per il Capitano: Padelli intuisce, ma non può nulla. Due gol in tre minuti e la festa è completa. “Un Capitano, c’è solo un Capitano”, cantano dagli spalti. Con tono ancora più forte, con voce ancor più commossa. Totti per la terza gara consecutiva risolleva le sorti della Roma: adesso chi avrà il coraggio di dirgli che in questa squadra non può più giocare?